15 novembre 2006, L'Unità
«Il giardino dei ciliegi» nel Grande Freddo
di Maria Grazia Gregori

Attraverso Il giardino dei ciliegi di Čechov ogni regista ha sempre raccontato un po’ della sua storia.
E stato così fin da quando il testo è stato scritto: da Stanislavskij fino a Visconti e Strehler ma anche a Brook e Stein e - a maggior ragione - a Dodin.
Oggi tocca a Teatridithalia, che quando si chiamava ancora Teatro dell’Elfo, mise in scena Il lago, «riscrittura» in chiave contemporanea, generazionale del testo.
Molta acqua e passata sotto i ponti da allora ed ecco, guidato da Ferdinando Bruni, un gruppo molto affiatato di attori cimentarsi oggi con l’ultimo testo scritto da Čechov prima della morte. E’ un allestimento senza ricercata eleganza che non attinge ai vertici di una poesia a tutti i costi o di una bellezza straordinaria. Quello di Teatridithalia, infatti, è un Giardino dei ciliegi che si confronta con la solida nullità di molti personaggi Čechoviani, con l’incapacità di vivere fino in fondo i propri sentimenti.
Un Giardino che tende verso il basso, che si snoda nell’impossibilità di tutti, escluso Lopachin, figlio di servi della gleba, diventato ricco, a lavorare per il proprio futuro. Uno spettacolo, dunque, che ci mostra l’impotenza talvolta ingenua, talvolta «solo» stupida o disperata di questi esseri a diventare protagonisti del proprio destino. Il giardino dai bianchi fiori di cui si parla in continuazione, qui non si vede mai. Quello che vediamo, piuttosto, è un continuo dentro e fuori una casa ormai fatiscente, e il ritratto di una famiglia con servi e amici in un interno, raggelata e quasi ripiegata su se stessa, persa nei sogni di grandezza di un tempo, e nella possibilità di una nuova vita: ma dove, ma perché?
E nel continuo rinfacciarsi i propri fallimenti, in quella partita di biliardo continuamente interrotta ma mai giocata davvero che è poi la vita, ecco quella piccola comunità sfaldarsi, partire dopo uno dei tanti, meravigliosi addii Čechoviani... Bruni ha lavorato su questo, scarnificando e riducendo il testo, ribaltando le atmosfere in un gioco di rimandi e di suggestioni, mostrandoci dei personaggi normali, perfino laidi e anche sciocchi, talvolta. Fra gli interpreti si distingue la Ljuba gretta, egoista di Ida Marinelli, la sensibile Varjia di Elena Russo Arman, il Lopachin intrigante e mediocre di Paolo Pierobon, il Gaev impotente, fatuo di Elio De Capitani, il legnoso Epichodov di Alessandro Genovesi, la follia stralunata di Piscik (Luca Torraca), la fedeltà a tutta prova dal vecchio Firs (Fabiano Fantini). E poi ci sono i giovani, i camerieri e le cameriere, che parlano e parlano fra uccelli impagliati, oggetti di pessimo gusto, lavagne su cui scrivere, tabelloni illustrati, cani scodinzolanti... Tutto e niente: la vita, insomma.