Teatro Romano di Verona, 23-26 luglio 2008
ROMEO E GIULIETTA
di William Shakespeare
regia e traduzione di Ferdinando Bruni
scene di Andrea Taddei
costumi di Ferdinando Bruni
con Nicola Russo (Romeo), Federica Castellini (Giulietta) Ida Marinelli (Balia), Luca Toracca (Frate Lorenzo), Edoardo Ribatto (Mercuzio) Giancarlo Previati (Capuleti), Alessandra Antinori (Donna Capuleti) Fabiano Fantini (Principe/cugino/speziale), Alessandro Rugnone (Benvolio) Andrea Fugaro (Tebaldo/Padre Giovanni), Nicola Stravalaci (Montecchi/Pietro) Silvio Laviano (Paride), Jacopo Fracasso (Baldassarre)
luci di Nando Frigerio
suono di Giuseppe Marzoli
duelli e risse a cura di Beniamino Caldiero
maschere di Giovanni De Francesco
una produzione Teatridithalia in collaborazione con Estate Teatrale Veronese e AMAT
prima nazionale

romeoegiulietta

Al Teatro Romano di Verona hanno debuttato negli anni passati due successi del repertorio di Teatridithalia: Il sogno di una notte di mezza estate (1997) e Il mercante di Venezia (2003), spettacoli diretti da Elio De Capitani e interpretati dall’ensemble dell’Elfo. Quest’anno la compagnia rinnova la collaborazione con l’Estate Teatrale Veronese per produrre un nuovo titolo, Romeo e Giulietta, affidandolo questa volta a Ferdinando Bruni, qui alla sua seconda regia shakespeariana dopo la personale rivisitazione della Tempesta per attori, fantocci, figure animate e musica, ma già interprete dei più importanti ruoli del repertorio elisabettiano: è stato un Amleto ottimamente recensito dal Finacial Times, Edoardo II, Puck e Shylock. Bruni guiderà un cast di giovani attori, selezionati tra più di trecento candidati e affiancati da due nomi storici dell’Elfo, l’attrice veronese Ida Marinelli e Luca Toracca. Protagonisti nei ruoli di Giulietta e Romeo saranno Federica Castellini, attrice venticinquenne, anche lei veronese ma formatasi alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano, già apprezzata interprete del Ventaglio diretto da Ronconi, e Nicola Russo, attivo nelle produzioni Teatridithalia sia come interprete (Sogno di una notte di mezza estate, Resti umani non identificati, Lo zoo di vetro, Come gocce su pietre roventi, Bottega del Caffè) che come regista (Le muse orfane e La storia dell’oca di Michel Marc Bouchard). Lo spettacolo andrà in scena a Milano dal 13 gennaio al 15 febbraio.

Note rileggendo Romeo e Giulietta:

Brucia fino in fondo la tua vita e muori giovane. Questo motto che nel corso degli ultimi decenni del secolo scorso ha avuto tanta influenza sulla cultura (e sulla sottocultura) giovanile, alimentato dai miti delle vite spericolate e delle morti premature delle icone del cinema e della musica, da James Dean a Jim Morrison, racchiude in sé due possibili opposti significati: da una parte la fiducia nell’eroismo di una fine sfolgorante, nel pieno del vigore e della bellezza, che allontani per sempre lo spettro noioso della maturità e l’orrore della vecchiaia, dall’altro un avvertimento catastrofico che mette in guardia contro i pericoli di una vita che non vuole compromessi. Uno sguardo giovane quindi che sfida il buon senso in nome della passione e uno sguardo maturo che osserva questa sfida con la trepidazione del disincanto.

Anche in Romeo e Giulietta questo doppio sguardo sembra convivere: da una parte un inno alla giovinezza, alla passione, alla velocità, al pericolo, dall’altra un presagio di rovina, un memento mori. E contrasti e contraddizioni abbondano ad ogni livello in questo testo che forse proprio perché mitico è in fondo poco conosciuto nella sua struttura. Contrasti nel tema (eros-morte), nei personaggi (giovani–vecchi), nel linguaggio (poetico- quotidiano), persino nella spiegazione che si vuole dare della catastrofe finale (destino-incidente). Tutta l’opera riverbera di contrasti, fra buio e luce, notte e giorno, gioia e lutto, balli e funerali, ma quello portante, che coinvolge chi assiste fosse anche all’ennesima rappresentazione di Romeo e Giulietta e che la rende sempre tragicamente attuale, è quello tra un amore assoluto, di una purezza che proprio la sua brevità e il suo destino di morte rendono totale, e un odio altrettanto assoluto, in quanto cieco, in quanto ormai immemore delle ragioni della sua nascita.

Una lunga scia di sangue frutto di faide, di lotte faziose, di scontri politici o religiosi, perseguiti con l’ottusa bestialità delle risse fra tifoserie, collega la storia tragica dei due amanti di Verona con le vicende sanguinose della nostra epoca, e non ci sarà bisogno di ambientare la vicenda in Kossovo o in Israele, in Irlanda o nei Paesi Baschi, perché le parole di Shakespeare e la tragica fine dei suoi personaggi non risuonino in noi, perché le lotte fra Capuleti e Montecchi non richiamino alla mente altre lotte più vicine nel tempo e nello spazio.

Quindi scena del nostro spettacolo sarà una Verona cupa, stremata da queste lotte, percorsa dai bagliore delle fiaccole delle ronde, risuonante dei clamori delle risse, dal clangore delle armi, ma anche capace di feste, di balli, di scherzi e risate. Una Verona anche sanguigna, che sa ancora ridere dell’amore e dei suoi tormenti attraverso l’umorismo non certo lieve della Balia, uno dei personaggi femminili più potenti del teatro shakespeariano, e attraverso i lazzi osceni e poetici di Mercuzio, “l’esibizionista più famigerato”, la cui morte, ancora una volta assurda e futile, segna il punto di passaggio fra l’andamento leggero, quasi da commedia della vicenda e il suo precipitare verso la tragedia. Una Verona evocata da uno spazio elisabettiano essenziale e duttile dove le luci, le musiche, i suoni facciano vivere ambienti e situazioni senza rallentare il famoso “Two hours’ traffic of our stage”, senza togliere centralità al ruolo dell’attore, al gioco fra i personaggi, alla loro fisicità, che qui più che mai è chiamata in causa dal ribollire giovanile del sangue, da un tumulto degli ormoni che, se non trova sfogo nei baci, si placa nelle risse e nei duelli.

Al centro dello spazio, nel cuore della battaglia, in un luogo di silenzio, di allodole, di usignoli, di raggi di luna, dimentichi di tutto se non di loro stessi, Romeo e Giulietta vivono “la passione più cristallina, più sana e più positiva regalataci dalla letteratura occidentale” (Bloom), proprio perché tutta costruita sull’attesa del piacere, su piaceri non vissuti.

La grandezza e la straordinarietà del personaggio di Giulietta sta proprio nel suo essere ‘umana’ e non idealizzata, quindi non esente dal desiderio, anche sessuale, e nel suo essere al tempo stesso una quattordicenne che si apre alla vita. Così come Romeo, con le sue depressioni teatrali, le sue ostentate complicazioni di linguaggio, il suo repentino cambiare oggetto d’amore, i suoi slanci e le sue goffaggini è il ritratto fedele di ogni ‘giovane uomo’ a cavallo fra adolescenza e maturità dal 1595 ai giorni nostri. E la simpatia che è praticamente inevitabile provare per loro deriva proprio dal fatto che li riconosciamo come veri, che li abbiamo già incontrati, che il loro amore assoluto e semplice ci ricorda gli entusiasmi e le paure, le passioni categoriche e le delusioni violentissime del nostro apprendistato alla vita.

Mentre scrivo queste prime note e ripercorro ancora una volta il testo di Shakespeare, mi accorgo che uno dei motivi per cui la sua opera riesce a parlarci ogni volta come fosse la prima è una sua quasi magica capacità di muoversi insieme a noi attraverso le epoche della nostra vita. Così forse, proprio perché ormai sono definitivamente lontano dalla giovinezza, (anche da quella grottesca giovinezza prolungata tipica dei nostri tempi), mi accorgo di provare una pena e una tenerezza mai provate fino ad ora per Giulietta, per Romeo, per Paride, per Tebaldo, per Mercuzio, come se in qualche modo la loro vicenda ci raccontasse la vicenda di tutte le giovani vittime innocenti e inconsapevoli di un potere ‘adulto’ e cinico, stolido e crudele.

E penso che forse davvero “Non ci fu mai storia più triste di quella di Giulietta e del suo Romeo”. Ferdinando Bruni